PRESENTI: Frank, Michele.
Torre grauson
La torre del grauson l'ho sempre vista tutte le estati dalla casa di
cogne. Ci giravo attorno per andare ai laghi lussert, il posto preferito
per pescare e campeggiare. Stavamo ai suoi piedi alla grigliata di
ferragosto.
Un monte che sembra verticale visto dal paese, di roccia rossa, grosso, lontano ma sempre li, vicino.
Non ricordo quando mi venne in mente la prima volta di salirci, ma
ricordo bene il processo dalla vaga idea alla pianificazione della
salita. Il sogno per me è la parte più importante di una salita
alpinistica. Potermi muovere su terreno difficile a me sconosciuto, mi
da senso di libertà. Guardare un monte, innamorarmi, sognare,
programmare, tentare, riuscire e fallire. Avventura e scoperta.
Dritto per dritto, una direttissima di III e IV discontinui, con un tiro
nella prima parte di V. Un filo di roccia circondato da canaloni
d'erba. Una via senza senso, ma dritta, logica, sempre che la tua logica
sia quella di scalare e non quella di arrivare in cima per la via più
semplice.
Un'avventura alla scoperta delle nostre capacità reali su un monte severo e selvaggio, da soli, senza informazioni.
Frank, il cinghiale, un ottimo compagno d'avventura. Con rovi e panini è già contento.
Partiamo attrezzati di tutto punto per la cena ed il bivacco sotto le
stelle e ci presentiamo con solo 6 protezioni ed una mezza corda,
intanto sarà massimo III... La partenza è verticale di IV e la roccia è
fredda. Poi un tiro di III ed il tiro di V. Ho gridato in cima a quel
tiro. Mi ha entusiasmato. Così tanto bella non potevo immaginarla questa
scalata. Anche frank fa un paio di tiri da primo, il battesimo per lui
come capo cordata su questo tipo di terreno.
La vetta: un lungo, grosso e tortuoso crestone. La vista credo sia la
più bella della zona. Si vede il monte bianco, la grivola, l'herbetet,
tutto il granpa, gli apostoli, la valleile, il vallone del grauson ed i
laghi di lussert, che mai avevo visto dall'alto.
Discesa per canalone, ripido e a balze di roccia. La scalata continua
anche in dicesa. Vari numeri da circo, invidiando un branco di camosci a
loro agio sulla verticalità della roccia, e siamo sui prati alla base
della parete.
Supette da arturo e si ritorna a genova, domani si lavora.
martedì 17 luglio 2012
domenica 24 giugno 2012
Herbetet (3778 m) - Cresta Est
PRESENTI: Adri, Michele.
Michele un giorno mi chiama per organizzare una gita, la
prima insieme. Dice che c’è un monte sopra Cogne dall'aspetto interessante, che
c’è il bivacco Leonessa a circa metà strada per passare la notte.
Poi si scopre che la domenica mattina è spuntato un impegno; le recensioni danno questa ascensione per 2 giorni, ma noi a questo punto ne avevamo solo uno…
Partenza Venerdì sera tardi dopo lavoro, arrivo a Valnontey ore 23.30. Scarichiamo le bici e prepariamo il comodo giaciglio nel bagagliaio del BMW (macchine grandi fuori ma piccole dentro…crucchi…).
4:00 sveglia, colazione frugale e partenza ore 4:30 per il fondovalle a cavallo delle biciclette. Frontali accese. Bastoncini, ramponi e picca appesi allo zaino. Imbrago e ferraglia ad accentuare le buche del sentiero. In La Sportiva si sono dimenticati di dirci che i Karakorum ed i Nepal non sono proprio adatti per pedalare.
All’attacco del sentiero leghiamo le bici ad un albero lontano da occhi indiscreti ed iniziamo a salire. Tornanti in una fitta boscaglia, poi prati immensi. Sulla sinistra lasciamo il bivacco leonessa 2910m; è decisamente più tardi di quanto potrebbe essere se avessimo dormito lì.
Inizia la neve ed il ghiacciaio, vediamo la cresta dividere come una cicatrice frastagliata i ghiacciai del Tsasset e dell'Herbetet. Raggiungiamo la roccia e cerchiamo l’attacco. Lo Zio di Michi diceva di un punto in cui salire agevolmente, III. Ci ritroviamo su IV-IV+ con gli scarponi più duri della roccia che dovevamo affrontare. Michi sale da primo e di conserva proteggendo qua e là risaliamo con difficoltà. Un tettuccio frena il passaggio, ma riusciamo ad aggirarlo senza dover ribaltare.
Poi si scopre che la domenica mattina è spuntato un impegno; le recensioni danno questa ascensione per 2 giorni, ma noi a questo punto ne avevamo solo uno…
Partenza Venerdì sera tardi dopo lavoro, arrivo a Valnontey ore 23.30. Scarichiamo le bici e prepariamo il comodo giaciglio nel bagagliaio del BMW (macchine grandi fuori ma piccole dentro…crucchi…).
4:00 sveglia, colazione frugale e partenza ore 4:30 per il fondovalle a cavallo delle biciclette. Frontali accese. Bastoncini, ramponi e picca appesi allo zaino. Imbrago e ferraglia ad accentuare le buche del sentiero. In La Sportiva si sono dimenticati di dirci che i Karakorum ed i Nepal non sono proprio adatti per pedalare.
All’attacco del sentiero leghiamo le bici ad un albero lontano da occhi indiscreti ed iniziamo a salire. Tornanti in una fitta boscaglia, poi prati immensi. Sulla sinistra lasciamo il bivacco leonessa 2910m; è decisamente più tardi di quanto potrebbe essere se avessimo dormito lì.
Inizia la neve ed il ghiacciaio, vediamo la cresta dividere come una cicatrice frastagliata i ghiacciai del Tsasset e dell'Herbetet. Raggiungiamo la roccia e cerchiamo l’attacco. Lo Zio di Michi diceva di un punto in cui salire agevolmente, III. Ci ritroviamo su IV-IV+ con gli scarponi più duri della roccia che dovevamo affrontare. Michi sale da primo e di conserva proteggendo qua e là risaliamo con difficoltà. Un tettuccio frena il passaggio, ma riusciamo ad aggirarlo senza dover ribaltare.
Arrivati in cresta lo spettacolo è ineguagliabile. Una fila
di Gendarmi ci attende con l’aria di non voler farci passare. Una cornice larga
meno della pianta del piede mette alla prova il nostro equilibrio.
Sono le 17:30 e siamo in vetta. 2118m saliti. E’ molto
tardi. Spuntino veloce. Panoramica sui monti ed esame di vette, Michele le
mette in fila meglio dei cartelli turistici ai punti belvedere. Bando alle
ciance è ora di scendere!
Dalla vetta scendiamo senza troppi indugi e scivoliamo a
grandi passi su neve compatta fino al ghiaione sottostante (un’occhiata ad un
bel pendio ripido ma sciabile … vedi Herbetet 30/03/2014). La stanchezza
comincia a farsi sentire, le gambe sono molle e poco stabili. Scivolo un paio
di volte. Le ginocchia dolgono e comincio a rallentare il ritmo di discesa, di
più non riesco proprio ad andare. Scende la sera e riaccendiamo le frontali.
Michele mi aspetta con pazienza, comprende la mia difficoltà.
Le bici ci aspettano dove le abbiamo lasciate, sempre alla
luce delle frontali ma molto meno stabili ed agili dell’andata raggiungiamo il
nostro giaciglio (sempre la BMW). Proviamo a cucinare un risotto in busta, la
fame è tanta ma lo stomaco è chiuso. Non riusciamo a mangiare quasi nulla e ci
corichiamo. Ore 01:30.
Tour Ronde (3798 m) - Nord
PRESENTI: Davide, Fede.
Sull'onda del Fletschhorn torniamo su una nord, questa volta una delle più classiche del massiccio del Bianco: la Tour Ronde. Alla nostra collaudata cordata si aggiungono anche mio padre e un suo amico.
Sull'onda del Fletschhorn torniamo su una nord, questa volta una delle più classiche del massiccio del Bianco: la Tour Ronde. Alla nostra collaudata cordata si aggiungono anche mio padre e un suo amico.
Le condizioni
però non sono come quelle di una quindici giorni fa, c'è più neve, si
fatica di più a salire e bisogna scavare parecchio per arrivare al
ghiaccio per proteggere, ma tanto Fede non protegge, sale su veloce, io
arranco cercando di stargli dietro. La balza rocciosa si supera con un
po' di attenzione, l'illusione del cambio di pendenza di metà parete che
si prova voltandosi fa tirare su dritti, il più veloce possibili.
Raggiunta la cima Gervasutti tagliamo a sinistra salendo ancora un po'
tra roccette e neve, aspettiamo l'altra cordata prima di raggiungere la croce.
Vetta! Figata!
Che ambiente!
Le grandi classiche danno sempre soddisfazioni!
lunedì 18 giugno 2012
Fletschhorn (3993 m) - Nord
PRESENTI: Davide, Fede.
Era un po' che si parlava di fare qualche bella salita in montagna, la stagione è quella delle nord. Un amico ci ha riferito che il Fletschhorn è in condizioni, lo ha fatto la settimana prima.
Era un po' che si parlava di fare qualche bella salita in montagna, la stagione è quella delle nord. Un amico ci ha riferito che il Fletschhorn è in condizioni, lo ha fatto la settimana prima.
Organizzo, Fede accetta e così partiamo.
Preferiamo
portarci la tenda, richiede un po di fatica in più ma rischiare di non
trovare posto nel bivacco non ci ispira. La scelta si rivela saggia,
arriviamo e il bivacco De Zen è già pieno, montiamo il nostro nido,
riposo, cena a base di tortelloni e poi a nanna presto.
Alla
mattina il tempo vola, fa freddino ma il tempo è splendido, attacchiamo
l'immenso scivolo con le prime luci, si sale bene, neve perfetta. Siamo
veloci, si sale slegati senza problemi.
Vetta! Figata!
Le
relazioni dicono di scendere per la cresta nord-est, lo stratino di
neve che ha reso meravigliosa la parente rendono infida e eterna la
discesa, piano piano ci portiamo sul piano alla base della parete,
ultimo sguardo in su prima di continuare puntando a qualcosa da
sgranocchiare.
E qui nasce la domanda, chissà se mai la scenderò!domenica 3 giugno 2012
Gran Paradiso (4061 m) - Parete Nord
PRESENTI : Luca - Michele
Era il 2012, tempo in cui Michele non si era ancora sposato ed aveva, quindi, molto tempo da dedicare agli improbabili progetti alpinistici a cui era solito affezionarsi.
La parete nord del Gran Paradiso faceva parte della lista, però con delle interessanti varianti: in giornata e portandosi gli sci appresso per scendere veloci dalla normale.
Detto, fatto.
Si parte dopo il lavoro, come al solito, ad orari decisamente non consoni, si dorme in macchina e si parte all'ora in cui i coetanei entrano in discoteca.
Prima parte sci in spalla su sentiero, giustamente secco, visto il periodo, giugno. All'altezza del rifugio Chabod inizia la neve, si calzano gli sci, si tribola sulla neve rigelata che si supera obbligatoriamente con i rampant o con i ramponi.
Finalmente, dopo un periodo di tempo sembrato eterno, ci si ferma per il cambio d'assetto ai piedi della parete. Le ombre della notte hanno ceduto il posto prima ad una meravigliosa alba e successivamente ad una giornata limpida e magnifica.
Si sale piano, un po' per la fatica data dal peso dello zaino ed un po' per la poca confidenza con l'ambiente, così ampio e ripido, di una Nord.
Tuttavia la salita scorre tranquilla, ad eccezione di un punto delicato di ghiaccio, coperto da neve inconsistente, in prossimità dell'uscita in cresta, superato senza alcun problema grazie a Michele, che per primo spunta nel sole in cima all'enorme scivolo di neve appena percorso.
Lasciata alle spalle l'affilata ed esposta cresta, si salta la consueta visita alla Madonnina (ormai raggiunta da entrambi almeno altre 3 volte), in favore di una pausa, che dev'essere veloce vista l'ora: le 14.00.
Si scende. Con gli sci è un attimo. La neve nella parte alta è di quelle che ti rendono felice di esserti caricato del peso degli attrezzi per tutta la salita.
Nella parte bassa si appesantisce, garantendo numeri da circo di tutto rispetto.
Fine della neve, eterno rientro a piedi.
13h circa macchina - macchina.
Gran soddisfazione.
Era il 2012, tempo in cui Michele non si era ancora sposato ed aveva, quindi, molto tempo da dedicare agli improbabili progetti alpinistici a cui era solito affezionarsi.
La parete nord del Gran Paradiso faceva parte della lista, però con delle interessanti varianti: in giornata e portandosi gli sci appresso per scendere veloci dalla normale.
Detto, fatto.
Si parte dopo il lavoro, come al solito, ad orari decisamente non consoni, si dorme in macchina e si parte all'ora in cui i coetanei entrano in discoteca.
Prima parte sci in spalla su sentiero, giustamente secco, visto il periodo, giugno. All'altezza del rifugio Chabod inizia la neve, si calzano gli sci, si tribola sulla neve rigelata che si supera obbligatoriamente con i rampant o con i ramponi.
Finalmente, dopo un periodo di tempo sembrato eterno, ci si ferma per il cambio d'assetto ai piedi della parete. Le ombre della notte hanno ceduto il posto prima ad una meravigliosa alba e successivamente ad una giornata limpida e magnifica.
Si sale piano, un po' per la fatica data dal peso dello zaino ed un po' per la poca confidenza con l'ambiente, così ampio e ripido, di una Nord.
Tuttavia la salita scorre tranquilla, ad eccezione di un punto delicato di ghiaccio, coperto da neve inconsistente, in prossimità dell'uscita in cresta, superato senza alcun problema grazie a Michele, che per primo spunta nel sole in cima all'enorme scivolo di neve appena percorso.
Lasciata alle spalle l'affilata ed esposta cresta, si salta la consueta visita alla Madonnina (ormai raggiunta da entrambi almeno altre 3 volte), in favore di una pausa, che dev'essere veloce vista l'ora: le 14.00.
Si scende. Con gli sci è un attimo. La neve nella parte alta è di quelle che ti rendono felice di esserti caricato del peso degli attrezzi per tutta la salita.
Nella parte bassa si appesantisce, garantendo numeri da circo di tutto rispetto.
Fine della neve, eterno rientro a piedi.
13h circa macchina - macchina.
Gran soddisfazione.
Iscriviti a:
Post (Atom)